I FRATELLI DI MOWGLI
Ora Chil, il Nibbio, riconduca la notte
Che Mang, il Pipistrello, lascia libera...
Le mandre sono chiuse in stalle e capanne,
Chè liberi noi siamo sino all’alba.
Ora d’orgoglio e di potenza è questa
Tallone e zanne e artiglio.
Oh ascoltate il richiamo!... Buona caccia a tutti
Quelli che rispettano la legge della Jungla!
CANTO NOTTURNO NELLA JUNGLA.
Erano le sette di sera di una caldissima giornata nelle
colline di Seeonee, quando Papà Lupo si destò dal suo
riposo diurno, si grattò, sbadigliò, e stirò le zampe una
dopo l’altra per liberare le estremità dal torpore del
sonno. Mamma Lupa stava distesa col grosso muso
grigio tra i suoi quattro cuccioli che si rotolavano
guaiendo, e la luna splendeva nella bocca della tana
dove tutti abitavano.
9
— Augrh! – disse Papà Lupo, – è ora di andare
nuovamente a caccia.
Stava, infatti, per lanciarsi giù per la collina, quando
una piccola ombra con una coda folta attraversò la
soglia e mugolò:
— La buona fortuna t’accompagni, o Capo dei Lupi;
e buona fortuna e forti denti bianchi ai tuoi nobili figli, e
che essi non dimentichino mai gli affamati di questo
mondo.
Era lo sciacallo, Tabaqui, il Leccapiatti, e i lupi
dell’India disprezzano Tabaqui perchè egli corre intorno
a far guai, a raccontar frottole, mangiando cenci e pezzi
di cuoio nei mucchi di immondizie dei villaggi. Ma
hanno anche paura di lui, perchè Tabaqui, più di ogni
altro nella Jungla, può perdere la ragione e allora
dimentica che ha sempre avuto paura di tutti, e corre per
la foresta e morde tutto ciò che incontra. Persino la tigre
scappa e si nasconde quando il piccolo Tabaqui
impazzisce, perchè la pazzia è la cosa più vergognosa
che possa capitare a una creatura selvatica. Noi la
chiamiamo idrofobia, ma loro la chiamano dewanee, la
pazzia, e fuggono.
— Entra, dunque, e guarda, – disse Papà Lupo,
burbero; – ma non vi è nulla da mangiare qui.
— Per un lupo, no, – disse Tabaqui; – ma per un
miserabile come me un osso spolpato è un lauto
banchetto. Chi siamo noi, i Gidur-log (il popolo degli
sciacalli), per esaminare e scegliere? – Sgattaiolò in
fondo alla tana, dove trovò un osso di capriolo con un
10
po’ di carne sopra, e si accoccolò a rosicchiarlo tutto
felice.
— Infinite grazie per questo buon pasto, – diss’egli,
leccandosi le labbra. – Quanto sono belli i vostri nobili
figli! Come sono grandi i loro occhi! E così giovani
ancora! Veramente, veramente, avrei dovuto ricordarmi
che i figli dei re nascono adulti sin dal principio.
Ora, Tabaqui sapeva quanto ogni altro che non vi è
nulla di maggior malaugurio del far complimenti in
faccia ai bambini; ma gli faceva piacere di veder
Mamma Lupa e Papà Lupo turbati.
Tabaqui rimase tranquillamente accoccolato a godersi
il male che aveva fatto, poi disse malignamente:
— Shere Khan, il Grosso, ha mutato i suoi campi di
caccia. Caccerà fra queste colline durante la prossima
luna, così mi ha detto.
Shere Khan era la tigre che viveva vicino al fiume
Waingunga, venti miglia lontano.
— Non ne ha alcun diritto! – cominciò Papà Lupo in
collera – e secondo la Legge della Jungla, non ha alcun
diritto di mutare i suoi luoghi senza debito avviso.
Spaventerà tutti i capi di bestiame per dieci miglia
all’intorno, ed io... io ho da ammazzare per due, in
questi giorni.
— Sua madre non l’ha chiamato Lungri (lo Zoppo)
per nulla, – disse Mamma Lupa, tranquillamente. – È
zoppo da un piede sin dalla nascita. Per questo ha
soltanto ucciso armenti. Ora i contadini della
Waingunga sono in collera con lui, ed egli è venuto qui
11
per far andare in collera anche i nostri contadini.
Batteranno la Jungla per dargli la caccia quand’egli sarà
già lontano, e noi e i nostri figlioli dovremo fuggire
quando sarà dato fuoco all’erba. Davvero, siamo molto
grati a Shere Khan!
— Debbo dirgli della vostra gratitudine? – domandò
Tabaqui.
— Fuori! – ringhiò Papà Lupo. – Vattene a cacciare
col tuo padrone. Tu hai fatto abbastanza male per una
notte.
— Me ne vado, – disse Tabaqui, tranquillamente. –
Potete udire Shere Khan giù nelle macchie. Avrei potuto
risparmiarmi l’ambasciata.
Papà Lupo stette in ascolto, e, giù nella valle che
scendeva ad un piccolo fiume, udì l’ululare rabbioso e
rauco di una tigre che si lamentava di non aver preso
nulla, e non le importava che tutta la Jungla lo sapesse.
— Che stupido! – disse Papà Lupo. – Cominciare una
notte di lavoro con simile chiasso! Crede forse che i
nostri caprioli siano come i suoi grassi giovenchi della
Waingunga?
— Sss! Non caccia nè caprioli nè giovenchi stanotte,
– disse Mamma Lupa. – Caccia l’Uomo.
Il lamento s’era mutato in una specie di sonoro
mugolío, che sembrava giungesse da ogni parte
dell’orizzonte. Era il rumore che sgomenta i taglialegna
e gli zingari che dormono all’aperto, e li fa correre
talvolta proprio in bocca alla tigre.
12
— L’Uomo! – esclamò Papà Lupo, mostrando tutti i
suoi denti bianchi. – Puf! Non ci sono abbastanza
scarafaggi e rane-negli stagni, che egli debba mangiare
l’Uomo, e sul nostro campo per giunta?
La Legge della Jungla, che non ordina mai nulla
senza una ragione, proibisce a tutte le bestie di mangiare
l’Uomo, eccetto quando uccidono per mostrare ai loro
figli come si uccide, ma allora debbono cacciare fuori
dai luoghi di caccia del loro branco e della loro tribù. La
vera ragione di questo è che l’uccisione dell’Uomo
significa, presto o tardi, l’arrivo di uomini bianchi su
elefanti, con fucili, e di centinaia di uomini di colore
con gong, razzi e torce. Allora tutti nella jungla ne
soffrono. La spiegazione che le bestie si dànno tra loro è
che l’Uomo è il più debole e il meno difeso di tutti gli
esseri viventi, e che non è cavalleresco attaccarlo.
Dicono pure, ed è vero, che i mangiatori di uomini
diventano rognosi e perdono i denti.
Il mugolío divenne più forte e finì nell’«Aaarh!» a
piena gola dell’assalto della tigre.
Poi vi fu un urlo, un urlo non da tigre, di Shere Khan.
— Non è riuscito, – disse Mamma Lupa. – Cos’è?
Papà Lupo corse qualche passo fuori e udì Shere
Khan borbottare rabbioso mentre rotolava qua e là nella
boscaglia.
— Quello stupido ha avuto così poco buonsenso da
saltare nel fuoco dell’accampamento di qualche
taglialegna, e s’è bruciato le zampe, – disse Papà Lupo,
con un grugnito. – Tabaqui è con lui.
13
— Qualche cosa sale il pendio, – disse Mamma Lupa,
drizzando un orecchio. – Tienti pronto.
S’udì un lieve fruscío nel folto dei cespugli, e Papà
Lupo si piegò sulle zampe posteriori, pronto a lanciarsi.
Allora, se foste stati là a guardare, avreste visto la cosa
più meravigliosa del mondo, l’arrestarsi del lupo a metà
del suo slancio. Egli spiccò il salto prima di veder su
che cosa si lanciasse, poi tentò di arrestarsi col risultato
di balzare diritto in aria per quattro o cinque piedi di
altezza, ricadendo quasi allo stesso punto.
— Uomo! – ringhiò. – Un cucciolo d’Uomo. Guarda!
Proprio davanti a lui, reggendosi ad un ramo basso,
stava un bambino nudo, bruno, che poteva appena
camminare; una creaturina morbida e paffutella come
non era mai capitata di notte in una tana di lupi. Il
bambino alzò gli occhi in faccia a Papà Lupo e rise.
— È quello un cucciolo d’Uomo? – chiese Mamma
Lupa. – Non ne ho mai visto uno. Portalo qui.
Un lupo abituato a trasportare i suoi cuccioli può, se è
necessario, prendere tra i denti un uovo senza romperlo,
e benchè le mascelle di Papà Lupo si chiudessero sul
dorso del piccino, non un dente gli graffiò la pelle nel
deporlo fra i cuccioli.
— Come è piccolo! E come è nudo... e ardito! –
esclamò Mamma Lupa, dolcemente. Il bambino si
faceva largo tra i cuccioli per avvicinarsi al petto caldo
di Mamma Lupa. – Ahi! Vuol fare il pasto con gli altri.
E così, questo è un cucciolo d’Uomo. Ebbene, c’è mai
14
stata una lupa che abbia potuto vantare un cucciolo
d’Uomo tra i suoi figliuoli?
— Ho udito parecchie volte una cosa simile, ma mai
nel nostro branco o ai tempi miei, – disse Papà Lupo. –
È completamente senza pelo e lo potrei uccidere con un
solo tocco della mia zampa. Ma vedi, ci guarda e non ha
paura.
Il chiaro di luna scomparve dall’entrata della tana,
perchè la grossa testa quadrata e le spalle di Shere Khan
l’occupavano tutta. Tabaqui, dietro di lui, guaiva:
— Mio signore, mio signore, è entrato qui!
— Shere Khan ci fa grande onore, – disse Papà,
Lupo, ma i suoi occhi esprimevano una grande collera.
– Cosa v’abbisogna, Shere Khan?
— La mia preda. Un cucciolo d’Uomo è venuto da
questa parte, – disse Shere Khan. – I suoi genitori sono
fuggiti. Dammelo!
Shere Khan era balzato sul fuoco di accampamento
del taglialegna, come aveva detto Papà Lupo, ed era
furioso per il dolore alle zampe. Ma Papà Lupo sapeva
che l’entrata della tana era troppo stretta perchè vi
potesse passare una tigre. Persino lì dov’era, le spalle e
le zampe anteriori di Shere Khan non si potevano
muovere. Un uomo si troverebbe così, se cercasse di
combattere dentro un barile.
— I Lupi sono un popolo libero, – disse Papà Lupo. –
Ubbidiscono agli ordini del Capo del Branco, ma non a
quelli di un qualsiasi ammazza-armenti tigrato. Il
15
cucciolo d’Uomo è nostro... e possiamo ammazzarlo, se
vogliamo.
— Che volere o non volere? Che discorsi sono
questi? Per il toro che ho ammazzato, debbo io forse
stare qui ad annusare il vostro canile, per avere quello
che giustamente mi spetta? Sono io, Shere Khan, che
parla.
Il ruggito della tigre fece rintronare tutta la caverna.
Mamma Lupa scrollò il cucciolo di dosso e balzò
innanzi. I suoi occhi, simili a due lune verdi
nell’oscurità, fissarono quelli fiammeggianti di Shere
Khan.
— E sono io, Raska (la Diavola), che ti risponde. Il
cucciolo dell’uomo è mio, Lungri, proprio mio, di me.
Non sarà ammazzato. Vivrà per correre col branco, e per
cacciare col branco; e alla fine, sentite... cacciatori di
cuccioletti nudi... mangiaranocchi... ammazzapesci...
esso darà la caccia a te! E adesso vattene, o per il
Sambhur che ho ammazzato (io non mangio bestiame
morto di fame), torna da tua madre, bruciacchiata bestia
della Jungla, più zoppo di quando mai venisti al mondo.
Va!
Papà Lupo guardò stupito. Aveva quasi dimenticato i
giorni in cui si era conquistato Mamma Lupa in leale
combattimento contro altri cinque lupi, quando essa
correva col branco e non era chiamata la Diavola per
complimento. Shere Khan avrebbe potuto affrontare
Papà Lupo, ma non poteva tenere testa a Mamma Lupa,
perchè sapeva che dove egli si trovava essa aveva tutto
16
il vantaggio del terreno e si sarebbe battuta a morte.
Così si ritrasse dalla bocca della tana ringhiando, e
quando fu fuori urlò:
— Ogni cane abbaia nel suo cortile! Vedremo che
cosa ne dirà il branco di questo allevamento di cuccioli
d’uomo. Il cucciolo è mio e dovrà cadere sotto i miei
denti alla fine, o ladri dalla coda di volpe!
Mamma Lupa si accasciò ansando tra i cuccioli e
Papà Lupo le disse in tono grave:
— Shere Khan dice purtroppo la verità. Il cucciolo
deve essere mostrato al branco. Vuoi ancora tenerlo,
Mamma?
— Tenerlo! esclamò ansando sorpresa. – È giunto
nudo, di notte, solo e affamato; eppure non aveva paura.
Guarda, ha già spinto da parte uno dei miei piccini. E
quel macellaio zoppo avrebbe voluto ammazzarlo, e poi
sarebbe fuggito alla Waingunga, mentre i contadini qui
avrebbero fatto una battuta ai nostri covili per
vendicarsi. Tenerlo? Sicuro che lo terrò. Giù, cuccia,
piccolo ranocchio. O Mowgli, poichè Mowgli, il
ranocchio, ti voglio chiamare, verrà il giorno in cui tu
caccerai Shere Khan come egli ha cacciato te.
— Ma che dirà il nostro branco? – domandò Papà
Lupo.
La Legge della Jungla stabilisce molto chiaramente
che ogni lupo può, quando sposa, ritirarsi dal branco a
cui appartiene; ma appena i suoi cuccioli sono cresciuti
abbastanza da reggersi in piedi, egli deve condurli al
Consiglio del Branco, che si tiene generalmente una
17
volta al mese a luna piena, affinchè gli altri lupi possano
identificarli. Dopo questa ispezione, i cuccioli sono
liberi di correre dove vogliono, e finchè non hanno
ucciso il loro primo capriolo, nessuna scusa è accettata
se uno dei lupi adulti del branco li uccide. La punizione
è la morte ovunque l’uccisore è trovato; e se tu ci pensi
un momento, vedrai che dev’essere così.
Papà Lupo attese finchè i suoi cuccioli furono in
grado di correre un poco, poi, la notte della Riunione del
Branco, li condusse con Mowgli e Mamma Lupa alla
Rupe del Consiglio – una cima di collina coperta di
ciottoli e di massi, dove poteva nascondersi un centinaio
di lupi. Akela, il grosso lupo grigio, il Solitario, che
guidava tutto il branco per la sua forza e la sua astuzia,
se ne stava lungo disteso sulla sua roccia, e sotto di lui
erano accovacciati una quarantina e più di lupi d’ogni
grandezza e colore, dai veterani grigi come il tasso, che
erano capaci di maneggiare un capriolo da soli, ai
giovani lupi neri di tre anni, che credevano di poter fare
altrettanto. Il Solitario li aveva ora guidati per un anno.
Era incappato due volte in una trappola da lupi, in
gioventù, e una volta ne aveva buscate tante da esser
lasciato per morto: così conosceva gli usi e i costumi
degli uomini. Si parlava ben poco alla rupe. I cuccioli
rotolavano uno sopra l’altro nel mezzo del cerchio dove
sedevano i genitori, e di tanto in tanto un lupo anziano
s’avvicinava pian piano ad un cucciolo, l’osservava
attentamente, e ritornava al suo posto con passi
silenziosi. Talvolta una madre spingeva il suo cucciolo
18
ben avanti al chiaro della luna, per essere sicura che non
passasse inosservato. Akela, dalla sua roccia, ripeteva il
grido:
— Guardate, guardate bene, o lupi!
Finalmente – e quando il momento giunse, il pelo si
drizzò irto sul collo di Mamma Lupa – Papà Lupo
spinse «Mowgli il Ranocchio», come lo chiamavano,
dentro il cerchio dove egli si sedette ridendo e
mettendosi a baloccarsi con dei sassolini che rilucevano
al lume della luna.
Akela non alzò mai la testa dalle sue zampe, ma
continuò nel suo monotono grido: — Guardate bene!
Un ruggito soffocato giunse da dietro le rocce; era la
voce di Shere Khan che gridava:
— Il cucciolo è mio. Datemelo! Che cosa ha da fare il
Popolo Libero con un cucciolo d’uomo?
Akela non drizzò nemmeno un orecchio: disse
soltanto:
— Guardate bene, o lupi! Che cosa importano al
Popolo Libero gli ordini di uno che non è dei loro?
Guardate bene!
S’udì un coro di sordi brontolii, e un giovane lupo
quattrenne rigettò la domanda di Skere Khan ad Akela.
«Che cosa ha da fare il Popolo Libero con un cucciolo
d’uomo?». Ora, la Legge della Jungla stabilisce che se
sorge qualche controversia sul diritto che ha un cucciolo
d’essere accolto nel Branco, devono prendere la parola
in suo favore, almeno due membri del branco, che non
siano nè il padre nè la madre.
19
— Chi parla in favore di questo cucciolo? – domandò
Akela. – Fra il Popolo Libero chi parla?
Non vi fu alcuna risposta, e Mamma Lupa si preparò
per quello che sapeva sarebbe stata la sua ultima lotta,
se le cose fossero arrivate a tal punto.
Allora l’unico altro animale, a cui era concesso di
partecipare al Consiglio del Branco, Baloo, il
sonnacchioso, l’orso bruno che insegna la Legge della
Jungla ai lupacchiotti – il vecchio Baloo che può andare
e venire a suo piacere perchè mangia soltanto noci,
radici e miele, – si rizzò sulle zampe posteriori e grugnì.
— Il cucciolo d’uomo, il cucciolo d’uomo? –
diss’egli. – Un cucciolo d’uomo non può far alcun male.
Io non ho il dono dell’eloquenza, ma dico la verità.
Lasciatelo correre col Branco, e accoglietelo con gli
altri. Io stesso lo istruirò.
— Ci vuole tuttavia un altro che parli, – disse Akela.
– Baloo ha parlato, ed egli è il maestro dei lupacchiotti.
Chi parla oltre Baloo?
Un’ombra nera piombò dentro il cerchio. Era
Bagheera, la Pantera Nera, tutta nera come l’inchiostro,
ma con le macchie della pantera che apparivano e
sparivano a seconda della luce, come i riflessi sulla seta
marezzata. Tutti conoscevano Bagheera, e nessuno
osava contrastarle il passo; poichè essa era astuta come
Tabaqui, coraggiosa come il bufalo selvaggio e
temeraria come l’elefante ferito. Ma la sua voce era
dolce come il miele che stilla dall’albero, e la sua pelle
più morbida della piuma.
20
— O Akela, e voi, Popolo Libero, – disse ronfando, –
io non ho alcun diritto d’intervenire nella vostra
assemblea, ma la legge della Jungla stabilisce che se vi
è un dubbio a proposito di un nuovo cucciolo, purchè
non si tratti di uccisione, la vita di tale cucciolo può
essere riscattata. E la Legge non indica chi abbia o no il
diritto di pagare il prezzo. Dico bene?
— Bene! bene! – gridarono i lupacchiotti, che sono
sempre affamati.
— Ascoltate, Bagheera. Il cucciolo può essere
riscattato. È la legge.
— Sapendo che io non ho alcun diritto di prendere la
parola qui, ve ne chiedo il permesso.
— Parla, dunque! – gridarono venti voci.
— Uccidere un cucciolo nudo è vergogna. Inoltre, si
potrà offrire una preda migliore quando sarà cresciuto.
Baloo ha parlato in sua difesa. Ora alle parole di Baloo
io aggiungerò un toro, e un toro grasso, ammazzato di
fresco, a meno d’un mezzo miglio di qui, se voi
accoglierete il cucciolo d’uomo secondo la Legge. È
difficile?
Vi fu un clamore di innumerevoli voci che dicevano:
«Cosa importa? Morirà durante le piogge invernali. Si
brucerà la pelle al sole. Che male può farci un ranocchio
nudo? Lasciatelo correre col Branco. Dov’è il toro,
Bagheera? Accettiamo!»
E allora s’udì il latrato cupo di Akela che gridava:
— Guardate bene! Guardate bene, o lupi!
21
Mowgli era ancora tutto intento a giuocare coi
sassolini e non badò nemmeno ai lupi che vennero a
riconoscerlo da vicino uno dopo l’altro. Alla fine tutti
scesero per la collina a prendere il toro ucciso, e
rimasero soltanto Akela, Bagheera e i lupi di Mowgli.
Shere Khan ruggiva ancora nella notte, infuriato perchè
non gli avevano consegnato Mowgli.
— Eh, ruggi pure – disse Bagheera sotto i baffi; – che
verrà il tempo in cui questo cosino nudo ti farà ruggire
in un altro tono, o io non conosco affatto gli uomini.
— È stata una cosa ben fatta, – disse Akela. – Gli
uomini e i loro cuccioli sono molto saggi. Potrà essere
un aiuto, col tempo.
— Sicuro, un aiuto in tempo di bisogno; poichè
nessuno può sperare di comandare il Branco per sempre,
– disse Bagheera.
Akela non disse nulla. Pensava al momento che
giunge per il capo di ogni branco, quando la forza
l’abbandona e diventa sempre più debole e più debole,
finchè alla fine è ucciso dai lupi, e sorge un nuovo capo,
che sarà poi ucciso a sua volta.
— Portatelo via, – diss’egli a Papà Lupo, – ed
allevatelo come si conviene ad uno del Popolo Libero.
Ed ecco come fu che Mowgli venne accolto nei
branchi dei lupi di Seeonee per l’offerta d’un toro e una
buona parola di Baloo.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ora dovete contentarvi di saltare dieci o undici buoni
anni e figurarvi soltanto la vita meravigliosa che
22
Mowgli condusse tra i lupi, perchè, se fosse scritta,
riempirebbe chissà quanti volumi. Egli crebbe coi
lupacchiotti, benchè essi, naturalmente, fossero già
adulti prima ancora che egli fosse fanciullo, e Papà
Lupo gl’insegnò il suo mestiere, il significato delle cose
della Jungla, finchè ogni fruscio fra l’erba, ogni lieve
soffio nell’aria calda della notte, ogni nota del gufo
sopra il suo capo, ogni graffio di unghia di pipistrello
che si posa per un momento su un albero, e ogni tonfo
di pesciolino che salta in uno stagno, acquistarono per
lui lo stesso valore che hanno per l’uomo d’affari le
operazioni del suo ufficio. Quando non studiava, si
accoccolava fuori al sole a dormire, poi mangiava e si
riaddormentava; quando si sentiva sudicio o accaldato,
nuotava negli stagni della foresta; e quando voleva del
miele (Baloo gli aveva detto che miele e noci erano
piacevoli a mangiarsi quanto la carne cruda), si
arrampicava sugli alberi per cercarlo, come Bagheera gli
aveva insegnato. Bagheera si stendeva sopra un ramo e
chiamava: «Vieni su, fratellino», e da principio Mowgli
si aggrappava come il bradipo, ma in séguito si
slanciava di ramo in ramo, quasi con la stessa audacia
della scimmia grigia. Prese il suo posto, pure, alla Rupe
del Consiglio, quando il Branco s’adunava, e là scoprì
che se guardava fisso qualunque lupo, questo era
costretto ad abbassare gli occhi, e così soleva fissarli per
gioco. Altre volte levava le lunghe spine dalle piante dei
piedi ai suoi amici, poichè i lupi soffrono terribilmente
per spine e zeccole. Soleva scendere di notte a valle,
23
nelle terre coltivate, a guardare con grande curiosità i
contadini nelle loro capanne, ma aveva diffidenza per
gli uomini, perchè Bagheera gli aveva mostrato una casa
quadrata con una saracinesca, nascosta così abilmente
nella jungla, che mancò poco non vi cadesse dentro, e
gli disse che era una trappola. Amava più di ogni altra
cosa penetrare con Bagheera nel cuore oscuro e caldo
della foresta; dormire durante tutta la giornata
snervante, e osservare durante la notte come Bagheera
ammazzava la preda. Bagheera ammazzava a dritta e a
manca, secondo la fame, e così pure faceva Mowgli, con
una sola eccezione. Appena fu grande abbastanza per
capire le cose, Bagheera gli disse che non doveva mai
uccidere animali bovini, perchè egli era stato accolto nel
branco al prezzo della vita di un toro.
— Tutta la jungla è tua, – gli disse Bagheera, – e tu
puoi ammazzare qualunque cosa che tu sia forte
abbastanza per ammazzare; ma per amore del toro che
t’ha riscattato, tu non devi mai uccidere nè mangiare
nessun animale bovino, vecchio o giovane che sia.
Questa è la Legge della Jungla. – Mowgli obbedì
fedelmente.
Egli cresceva a vista d’occhio, robusto quanto può
diventarlo un ragazzo che ignora le lezioni, che impara
con l’esperienza e non ha altro pensiero al mondo se
non di procacciarsi da mangiare.
Mamma Lupa gli disse una o due volte che Shere
Khan non era una creatura della quale fidarsi, e che un
giorno o l’altro egli avrebbe dovuto ammazzare Shere
24
Khan; ma mentre un lupacchiotto si sarebbe ricordato
dell’avvertimento ogni ora, Mowgli lo dimenticò perchè
era soltanto un ragazzo, benchè si sarebbe chiamato
lupo se avesse saputo parlare in qualche lingua umana.
Shere Khan gli attraversava sempre il passo nella
jungla, perchè, mentre Akela diventava sempre più
vecchio e più debole, il tigre zoppo aveva stretto grande
amicizia coi lupi più giovani del Branco, che lo
seguivano per avere degli avanzi; una cosa che Akela
non avrebbe mai tollerato se avesse osato spingere la
sua autorità fino ai giusti limiti. Poi Shere Khan li
adulava e diceva di non sapersi capacitare come dei
cacciatori così belli e giovani tollerassero di essere
guidati da un lupo morente e da un cucciolo d’uomo.
— Mi dicono, – soleva dire Shere Khan, – che al
Consiglio non osate guardarlo negli occhi, – e i
lupacchiotti facevano udire un brontolio minaccioso e
drizzavano il pelo.
Bagheera aveva occhi e orecchi dappertutto, sapeva
qualcosa di questo, e una o due volte disse francamente
a Mowgli che un giorno o l’altro Shere Khan l’avrebbe
ammazzato, ma Mowgli si metteva a ridere e
rispondeva: — Io ho il Branco ed ho te; e Baloo, benchè
sia così pigro, potrà dare un colpo o due per amor mio.
Perchè dovrei aver paura?
In una giornata caldissima venne in mente a Bagheera
un’idea nuova, suggerita da qualche cosa che aveva
sentito dire. Forse gliel’aveva detta Sahi, il Porcospino;
fatto sta che Bagheera disse a Mowgli, quando furono
25
nel folto della jungla, mentre il ragazzo giaceva disteso
con la testa appoggiata sulla bella pelle nera di
Bagheera:
— Fratellino, quante volte t’ho ripetuto che Shere
Khan è tuo nemico?
— Tante quante sono le noci su quella palma, –
rispose Mowgli, che, naturalmente, non sapeva contare.
– E con questo? Ho sonno, Bagheera, e Shere Khan è
tutto coda e schiamazzi, come Mor, il Pavone.
— Ma non è tempo di dormire, adesso. Baloo lo sa;
io lo so; il branco lo sa; ed anche gli stupidissimi daini
lo sanno. Anche Tabaqui te l’ha detto.
— Oh! Oh! – fece Mowgli. – Tabaqui venne a farmi,
non molto tempo fa, certi discorsi poco gentili: che io
ero un cucciolo d’uomo nudo, nemmeno capace di
scavar radici; ma io afferrai Tabaqui per la coda e lo
sbattei due volte contro una palma per insegnargli modi
migliori.
— Ed hai fatto malissimo; chè, benchè Tabaqui stia
sempre a far guai, ti avrebbe detto qualcosa che ti
riguarda da vicino. Apri gli occhi, fratellino. Shere
Khan non osa ammazzarti nella jungla, ma ricordati,
Akela è molto vecchio, e verrà ben presto il giorno in
cui egli non potrà più uccidere il suo capriolo e allora
non sarà più il capo. Molti dei lupi, che ti conobbero
quando fosti presentato al Consiglio la prima volta, sono
vecchi pure, e i lupi giovani credono, come Shere Khan
ha dato loro ad intendere, che un cucciolo d’uomo non
ci stia bene nel Branco. Fra poco tu sarai un uomo.
26
— E che cosa è un uomo, che non possa correre coi
suoi fratelli? – disse Mowgli. – Io sono nato nella
Jungla. Ho obbedito alla Legge della Jungla, e non c’è
lupo dei nostri al quale io non abbia levato qualche
spina dalle zampe. Certamente essi sono miei fratelli!
Bagheera si stese tutta lunga e socchiuse gli occhi.
— Fratellino, – disse – tastami tutta la mascella.
Mowgli alzò la sua forte mano bruna e proprio sotto il
mento vellutato di Bagheera, dove i giganteschi muscoli
masticatori erano completamente nascosti dal pelo
lucido, trovò un piccolo spazio spelato.
— Non vi è nessuno nella Jungla che sappia che io,
Bagheera, porto questo marchio, il marchio del collare;
eppure, fratellino, io sono nata fra gli uomini e fu tra gli
uomini che mia madre morì... nelle gabbie del Palazzo
Reale ad Oodeypore. Fu per questo che io pagai il
prezzo del tuo riscatto al Consiglio, quando tu eri un
cuccioletto nudo. Sì, anch’io sono nata fra gli uomini;
non avevo mai visto la jungla. Mi davano da mangiar tra
le sbarre in una scodella di ferro, finchè una notte sentii
che ero Bagheera, la Pantera, e non un trastullo nelle
mani degli uomini; e allora ruppi la misera serratura con
un solo colpo di zampa e me ne venni via; e siccome
avevo imparato i costumi degli uomini, divenni più
terribile nella jungla di Shere Khan. Non è vero?
— Sì, – rispose Mowgli, – tutti nella jungla temono
Bagheera, tutti, eccetto Mowgli.
— Oh, tu sei un cucciolo d’uomo, – rispose la Pantera
Nera con grande tenerezza; – e come io sono tornata alla
27
mia jungla, così tu dovrai tornare tra gli uomini, alla
fine, tra gli uomini che sono tuoi fratelli, se non sarai
ucciso al Consiglio.
— Ma perchè, perchè ci deve essere qualcuno che
desideri uccidermi? – domandò Mowgli.
— Guardami – disse Bagheera; e Mowgli la guardò
fissamente negli occhi. La grande pantera, dopo mezzo
minuto, volse la testa da un’altra parte.
— Ecco perchè, – disse movendo la zampa sulle
foglie. – Nemmeno io posso guardarti negli occhi, ed io
sono nata fra gli uomini e ti voglio bene, fratellino. Gli
altri ti odiano perchè i loro occhi non possono sostenere
il tuo sguardo; perchè tu sei saggio; perchè tu hai levato
le spine dai loro piedi... perchè tu sei un uomo.
— Non sapevo queste cose, – disse Mowgli, e
imbronciato aggrottò le folte sopracciglia nere.
— Che dice la Legge della Jungla? Colpisci prima e
poi fa udir la tua voce. Dalla tua stessa indifferenza
capiscono che sei un uomo. Ma sii accorto. Sento in
cuor mio che quando Akela fallirà il colpo alla prossima
caccia, e ogni volta gli riesce sempre più difficile
inchiodare a terra il capriolo, il Branco si rivolterà
contro di lui e contro di te. Terranno un Consiglio della
Jungla alla Rupe, e allora... allora.., ah! ho trovato! –
disse Bagheera balzando in piedi. – Va’ subito giù, alle
capanne degli uomini nella valle, e prendi un po’ del
Fiore Rosso, che essi coltivano laggiù, in modo che
quando verrà il momento, tu possa avere un amico
28
anche più forte di me, di Baloo e dei lupi del branco che
ti vogliono bene. Procurati un po’ del Fiore Rosso.
Per Fiore Rosso, Bagheera intendeva il fuoco, e
nessun animale nella jungla chiama il fuoco col suo
proprio nome. Ogni belva ne ha una paura mortale e
inventa cento modi per nominarlo.
— Il Fiore Rosso? – disse Mowgli. – Che cresce fuori
delle capanne al crepuscolo? Me ne procurerò.
— Adesso parla il cucciolo d’uomo – disse Bagheera
con orgoglio. – Ricordati che cresce in piccoli vasi.
Procuratene subito uno e serbalo presso di te per quando
ne avrai bisogno.
— Bene! – disse Mowgli. – Vado. Ma sei sicura,
Bagheera mia, – scivolò il braccio intorno al collo
splendido della pantera e la guardò profondamente negli
occhi grandi, – sei sicura che questa sia tutta opera di
Shere Khan?
— Per la serratura rotta che m’ha liberata, ne sono
sicura, fratellino.
— Allora, per il toro che m’ha riscattato, ripagherò
Shere Khan al giusto, e forse anche un po’ di più, –
disse Mowgli, e scappò via.
— Ecco un uomo. Ecco proprio un vero uomo, –
disse Bagheera fra sè, sdraiandosi nuovamente. – Oh,
Shere Khan non ha mai fatto una caccia più malaugurata
di quella al ranocchio di dieci anni fa.
Mowgli s’allontanava sempre più nella foresta
correndo velocemente, e sentiva uno struggimento al
cuore. Giunse alla caverna quando cominciava ad
29
alzarsi la nebbia della sera; riprese fiato e volse lo
sguardo giù per la valle. I lupacchiotti erano fuori, ma
Mamma Lupa, in fondo alla tana, capì dal respiro
affannoso che qualche cosa tormentava il suo ranocchio.
— Che, c’è, figlio mio? – essa chiese.
— Ciarle di pipistrello a proposito di Shere Khan, –
rispose Mowgli. – Stanotte vado a cacciare fra i campi
arati; – e si slanciò giù per il pendío, attraverso la
macchia, finchè arrivò al fiume che scorre nel fondo
della valle. Là si rattenne perchè udì gli ululati del
Branco che cacciava, udì il bramito del Sambhur
inseguito e il suo sbuffare mentre si rivoltava, pronto a
difendersi. Vi era poi l’abbaiare rabbioso dei lupi
giovani: «Akela! Akela! Lasciate che il Lupo Solitario
mostri la sua forza! Largo al capo del Branco. Salta,
Akela!».
Il Lupo Solitario dovette aver spiccato il salto e fallito
il colpo, poichè Mowgli udì sbattere i denti a vuoto, poi
il bramito del Sambhur che rotolava a terra Akela con le
zampe davanti.
Mowgli non attese altro, ma balzò avanti, e gli urli si
affievolirono dietro di lui, mentre correva pei campi
coltivati dove vivevano i contadini.
«Bagheera ha detto la verità», disse ansante, mentre si
rannicchiava dentro un mucchio di foraggio presso la
finestra di una capanna. «Domani sarà una giornata
decisiva tanto per Akela che per me».
Poi premette il viso contro la finestra e osservò il
fuoco nel focolare. Vide la moglie del contadino alzarsi
30
e alimentarlo nella notte, con dei blocchi di roba nera: e
quando spuntò il giorno e la nebbia era tutta bianca e
fredda, vide il figlio dell’uomo raccogliere un vaso,
spalmato internamente di argilla, riempirlo di pezzi di
carbone ardente, metterlo sotto la sua coperta ed
uscirsene a custodire le vacche nella stalla.
«E questo è tutto?» pensò Mowgli. «Se può farlo un
cucciolo, non v’è da temere». Così svoltò rapidamente
all’angolo incontro al ragazzo, gli levò il vaso di mano e
sparì nella nebbia, mentre il ragazzo urlava dallo
spavento.
«Sono molto simili a me», disse Mowgli soffiando
nel vaso come aveva visto fare alla donna. «Questa cosa
morirà se non le darò da mangiare»; e sparse ramoscelli
e cortecce secche sulla cosa rossa.
A mezza strada su per la collina incontrò Bagheera
con la rugiada mattutina scintillante come gemme sul
pelame.
— Akela ha fallito il colpo, – disse la Pantera.
L’avrebbero ucciso stanotte, ma avevano bisogno di te
pure. Ti cercavano per la collina.
— Io ero nelle terre coltivate. Sono pronto. Guarda. –
Mowgli alzò il vaso del fuoco.
— Bene! Ora, ho visto gli uomini ficcare un ramo
secco dentro questa roba e allora sbocciava subito il
Fiore Rosso in cima ad esso. Non hai paura, tu?
— No. Perchè dovrei aver paura? Mi ricordo ora, se
non è un sogno, che prima di essere un lupo, stavo
accanto al Fiore Rosso, ed era caldo e piacevole.
31
Tutto quel giorno, Mowgli sedette nella caverna a
custodire il suo vaso di fuoco ed a ficcarvi rami secchi
per vedere come diventassero. Trovò un ramo che lo
soddisfece, e la sera, quando Tabaqui venne alla caverna
e gli disse abbastanza sgarbatamente che era desiderato
alla Rupe del Consiglio, rise finchè Tabaqui fuggì via.
Poi Mowgli andò al Consiglio, sempre ridendo.
Akela, il Lupo Solitario, giaceva disteso vicino alla
sua roccia, come segno che il comando del Branco era
vacante, e Shere Khan, con il séguito di lupi nutriti di
rifiuti, girava su e giù sfacciatamente adulato. Bagheera
giaceva accanto a Mowgli, e il vaso del fuoco era tra le
ginocchia di Mowgli. Quando tutti furono adunati,
Shere Khan cominciò a parlare, cosa che non aveva mai
osato fare quando Akela era nel suo pieno vigore.
— Non ne ha il diritto, – sussurrò Bagheera. – Dillo.
È un figlio di cane. Avrà paura.
Mowgli balzò in piedi.
— Popolo libero, – gridò, – è Shere Khan che guida il
Branco? Cosa ha da fare una tigre col nostro comando?
Il comando del Branco spetta al Branco soltanto.
Si levarono grida di «Zitto tu, cucciolo d’uomo!»;
«Lasciatelo parlare. Ha rispettato la nostra Legge»; e
alla fine gli anziani del Branco tuonarono: «Lasciate
parlare il Lupo Morto».
Quando un capo del Branco ha mancato il colpo, è
chiamato il Lupo Morto finchè vive, e non vive a lungo.
Akela alzò penosamente la sua vecchia testa:..
32
— Siccome il comando è ancora vacante ed essendo
io stato invitato a parlare... – cominciò Shere Khan.
— Da chi? – chiese Mowgli. – Siamo noi tutti
sciacalli, da strisciare ai piedi di questo macellaio di
buoi?
— Popolo Libero, e voi pure, sciacalli di Shere Khan,
per dodici stagioni io vi ho guidato alla caccia e in tutto
questo tempo nessuno è caduto in trappola o è stato
mutilato. Ora io ho fallito il colpo. Voi sapete come è
stato preparato il tranello. Sapete come io fui condotto
davanti ad un capriolo non stancato per rendere
manifesta la mia debolezza. Fu ben combinato. Avete
diritto di uccidermi, ora, qui sulla Rupe del Consiglio.
Perciò vi domando: chi si fa avanti per finire il Lupo
Solitario? Poichè è mio diritto, secondo la Legge della
Jungla, che voi veniate uno alla volta.
Vi fu un lungo silenzio, perchè a nessun lupo piaceva
combattere Akela sino a morte. Poi Shere Khan ruggì:
— Bah! che cosa dobbiamo fare noi con questo pazzo
sdentato? È destinato a morire! È il cucciolo d’uomo
che è vissuto troppo a lungo. Popolo Libero, egli era
mia carne fin da principio. Datemelo. Sono stufo di
questa follia dell’uomo-lupo. Egli ha turbato la jungla
per dieci stagioni. Datemi il cucciolo d’uomo, o io
caccerò sempre qui e non vi darò un solo osso. Egli è un
uomo, il figlio di un uomo, ed io l’odio dal midollo
delle mie ossa.
Allora più della metà del Branco urlò:
33
— Un uomo! Un uomo! Che cosa ha da fare un uomo
con noi? Torni al suo posto.
— Per aizzare tutta la gente dei villaggi contro di noi?
– gridò Shere Khan. – No, datelo a me. È un uomo e
nessuno di noi può fissarlo negli occhi.
Akela alzò di nuovo la testa e disse:
— Ha mangiato il nostro cibo. Ha dormito con noi.
Ha scovato la selvaggina per noi. Non ha mai violato in
nessun modo la Legge della Jungla.
— Ed io ho pagato un toro per lui quando è stato
accettato. Il valore di un toro è poco, ma l’onore di
Bagheera è qualche cosa per la quale essa forse si
batterebbe, – aggiunse la Pantera con la sua voce più
dolce.
— Un toro pagato dieci anni fa! – ringhiò il Branco. –
Cosa ce ne importa delle ossa vecchie di dieci anni?
— O di un impegno? – disse Bagheera scoprendo i
denti bianchi sotto le labbra. – Ben siete chiamato
Popolo Libero!
— Nessun cucciolo d’uomo può correre col Popolodella Jungla, – ululò Shere Khan. – Datelo a me!
— È nostro fratello in tutto, fuorchè nel sangue, –
continuò Akela; – e voi vorreste ammazzarlo qui! In
verità, io son vissuto troppo. Alcuni di voi sono
mangiatori di buoi, e di altri ho sentito dire che, dietro
l’insegnamento di Shere Khan, vanno a notte buia a
rapire bambini dalle soglie delle case dei contadini. So
dunque che siete dei vili, ed è dei vili che io parlo. È
certo che io devo morire, e la mia vita non ha alcun
34
valore, altrimenti ve la offrirei in cambio di quella del
cucciolo d’uomo. Ma per amore dell’onore del Branco,
– una piccola cosa che essendo senza capo voi avete
dimenticata, – vi prometto che, se lasciate ritornare il
cucciolo d’uomo alla sua casa, quando verrà la mia ora
di morire, io non mostrerò un dente contro di voi.
Morirò senza combattere. Questo risparmierà al Branco
almeno tre vite. Non posso fare di più; ma se
acconsentite, io vi salverò dalla vergogna di uccidere un
fratello innocente, un fratello per la cui ammissione nel
Branco hanno parlato e pagato secondo la Legge della
Jungla.
— È un uomo – un uomo – un uomo! – ringhiò il
Branco; e la maggior parte dei lupi si strinse intorno a
Shere Khan, che cominciò a sferzarsi i fianchi con la
coda.
— Ora la faccenda è nelle tue mani, – disse Bagheora
a Mowgli. – Noi non possiamo far altro che batterci.
Mowgli si rizzò in piedi, con il vaso del fuoco tra le
mani. Poi stirò le braccia e sbadigliò in faccia al
Consiglio; ma era furibondo di rabbia e di dolore,
perchè, da lupi, i lupi non gli avevano mai detto quanto
lo odiassero.
— Ascoltatemi! – esclamò. – Non c’è bisogno di tutta
questa cagnara. Mi avete ripetuto tante volte stanotte
che io sono un uomo, (eppure io avrei voluto essere un
lupo con voi fino alla fine della mia vita) che sento la
verità delle vostre parole. Così non vi chiamo più miei
fratelli, ma sag (cani), come deve chiamarvi un uomo.
35
Quello che farete o non farete non sta a voi a deciderlo.
È affar mio; e per vederci più chiaramente in
quest’affare, io, l’uomo, ho portato qui un po’ del Fiore
Rosso che voi, cani, temete.
Buttò a terra il vaso del fuoco, ed alcuni dei carboni
ardenti accesero un ciuffo di borraccina secca, che
divampò, e tutto il Consiglio si ritrasse terrorizzato
davanti alle fiamme.
Mowgli ficcò il ramo secco nel fuoco e ve lo tenne
finchè i ramoscelli s’accesero scoppiettando, poi lo
roteò sul proprio capo tra i lupi atterriti e tremanti.
— Tu sei il padrone, – disse Bagheera
sommessamente. – Salva Akela dalla morte. È stato
sempre tuo amico.
Akela, il vecchio lupo arcigno, che non aveva mai
chiesto misericordia in vita sua, rivolse uno sguardo
supplichevole verso Mowgli, mentre il ragazzo stava
ritto, tutto nudo, i lunghi capelli neri che gli spiovevano
sulle spalle, nella luce del ramo in fiamme che faceva
danzare e vacillare le ombre.
— Bene! – disse Mowgli, volgendo intorno
lentamente lo sguardo. – Vedo che siete cani. Vi
abbandono per tornare alla mia gente, se quella è la mia
gente. La Jungla è chiusa per me, ed io devo
dimenticare il vostro linguaggio e la vostra compagnia;
ma voglio essere più generoso di voi. Perchè io fui in
tutto, fuorchè nel sangue, vostro fratello, vi prometto
che quando sarò un uomo fra gli uomini non vi tradirò
con loro come voi avete tradito me. – Dette un calcio al
36
fuoco facendone volare le faville. – Non vi sarà guerra
fra nessuno di noi nel Branco. Ma ecco un debito da
pagare prima che io me ne vada.
E si avvicinò a lunghi passi al luogo dove Shere Khan
era accovacciata e batteva le palpebre istupidita,
fissando le fiamme, e l’afferrò per il ciuffo di peli del
mento. Bagheera lo seguì, in caso di pericolo.
— Su, cane! – gridò Mowgli. – Su, quando parla un
uomo, o darò fuoco al tuo pelo!
Shere Khan abbassò le orecchie e chiuse gli occhi,
poichè il ramo fiammeggiante era vicinissimo.
— Questo uccisore di buoi ha detto che voleva
uccidermi al Consiglio perchè non mi aveva ucciso
quando ero un cucciolo. Così e così, allora; noi
bastoniamo i cani quando siamo uomini. Muovi un
baffo, Lungri, ed io ti caccio il Fiore Rosso giù nella
strozza. – Col ramo picchiò Shere Khan sulla testa e il
tigre mugolò e gemette in preda allo spavento.
— Bah! Gatto bruciato della Jungla, vattene, ora! Ma
ricordati che quando tornerò la prossima volta alla Rupe
del Consiglio, verrò da uomo, con la pelle di Shere
Khan sulla testa. In quanto al resto, Akela va libero a
vivere come gli piace. Voi non l’ucciderete, perchè io
non lo voglio. Nè penso che voi rimarrete qui più a
lungo con le lingue penzoloni come se foste gente
d’importanza, invece di cani che io caccio via... così!
L’estremità del ramo ardeva furiosamente e Mowgli
colpì a dritta e a manca intorno al cerchio, ed i lupi
fuggirono ululando, mentre le faville abbruciacchiavano
37
il loro pelame. Alfine rimasero soltanto Akela,
Bagheera e forse una decina di lupi che avevano preso
le parti di Mowgli. Allora qualche cosa cominciò a far
male a Mowgli dentro di lui, un dolore che non aveva
mai provato prima in vita sua; gli mancò il respiro e si
mise a singhiozzare, e le lacrime gli irrigarono il volto.
— Cos’è? Cos’è? – disse. – Non desidero lasciare la
jungla e non so che cosa sia. Sto forse per morire,
Bagheera?
— No, fratellino. Queste sono soltanto lacrime come
usano gli uomini; – disse Bagheera. – Ora so che tu sei
un uomo, e non più un cucciolo d’uomo. La jungla è
chiusa davvero, per te, d’ora innanzi. Lasciale cadere,
Mowgli. Sono soltanto lacrime.
Mowgli sedette e pianse come se gli si spezzasse il
cuore; e non aveva mai pianto prima in vita sua.
— Ora, – disse, – andrò fra gli uomini. Ma prima
devo dire addio a mia madre; – e andò alla caverna dove
essa viveva con Papà Lupo, e pianse col volto nascosto
dentro il suo pelame, mentre i quattro cuccioli
uggiolavano da far pietà.
— Non mi dimenticherete, vero? – disse Mowgli.
— Mai, finchè potremo seguire una pesta, – risposero
i cuccioli. – Vieni ai piedi della collina quando sarai un
uomo, e noi ti parleremo; e verremo nelle terre coltivate
a giocare con te, di notte.
— Vieni presto! – disse Papà Lupo. – Oh, saggio
ranocchietto, torna presto; perchè noi siamo vecchi, tua
madre ed io.
38
— Vieni presto, – disse Mamma Lupa, – o mio
cuccioletto nudo; perchè senti, figlio d’uomo, io ti ho
amato più di quanto abbia mai amato i miei cuccioli.
— Verrò certamente, – disse Mowgli; – e quando
tornerò, sarà per stendere la pelle di Shere Khan sulla
Rupe del Consiglio. Non dimenticatemi! Dite a quelli
della Jungla di mai dimenticarmi!
L’alba spuntava appena quando Mowgli scese giù per
la collina, solo, per andare incontro a quegli esseri
misteriosi che si chiamano uomini.
